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Qualche anno avremmo risposto senza indugi: “Due”: Oggi non è più così, anche perché una equipe svedese ha classificato 5 tipi di diabete. I risultati di questa ricerca hanno da un lato ampliato le conoscenze su questa malattia, ma al tempo potrebbero averle complicate, dal momento che sono state introdotte alcune categorie come i sottotipi. Con questo articolo, proviamo a mostrarti tutte le novità sulle caratteristiche del diabete.

Come ci si ammala di diabete

Si tratta di una malattia comune e diffusa in tutto il mondo. Basti pensare che nella sola Italia sono circa 4 milioni le persone affette da diabete. Per essere precisi, secondo quanto riportato dall’ansa, 500.000 soffrono di diabete 1, mentre la stragrande maggioranza ha complicanze dovute al tipo 2. A queste bisognerebbe aggiungere i cittadini italiani che potrebbero essere affette dal tipo 2, ma a causa della sintomatologia lieve, non ne sono ancor al corrente.

La classificazione tradizionale del diabete stabilisce che:

  • Il tipo 1 – insulino dipendente autoimmune: è la forma più grave. Non è correlato alla dieta , cioè al mangiare troppi dolci. Aggredisce già durante l’infanzia o l’adolescenza, anche se non mancano casistiche più adulte. La causa del diabete insulino dipendente autoimmune è la distruzione delle cellule beta dell’isola di Langherans nel pancreas, ovvero quelle che producono l’insulina.
  • Il tipo 2 – colpisce fasce d’età più mature, in particolar modo tra i 35-40 enni. Ci si ammala di diabete immuno-resistente sia per motivi genetici (non ereditari) sia per fattori ambientali come il peso. É comprovato che chi soffre del tipo 2 è in sovrappeso.
L’iniezione di insulina

La classificazione del diabete secondo la ricerca

La rivista scientifica The Lancet Diabetes & Endocrinologyl ha pubblicato nel 2018 un articolo che classifica il diabete in 5 tipi/varianti, ovvero:

  • Diabete Tipo 1 – Grave Diabete Autoimmune: colpisce i pazienti che non riescono a produrre insulina. L’identikit è un uomo/donna di giovane età e in buona salute
  • Sottogruppo 1 – Grave Diabete Insulino Carente: per certi versi non è molto diverso dal tipo 1. In questo caso si parla di una persona in buona salute, giovane e non in sovrappeso al momento della diagnosi. Tuttavia, a differenza del primo caso, producono insulina anche se in misura non sufficiente e non è il sistema immunitario la causa della carenza. Di sicuro non hanno autoanticorpi.
  • Sottogruppo 2 – Grave Diabete Insulino Resistente: colpisce le persone in evidente sovrappeso che hanno un organismo caratterizzato da una forte insulino-resistenza. In pratica riescono a produrre insulina, ma le cellule non rispondono efficacemente alla produzione
  • Sottogruppo 3 – Lieve Diabete Correlato all’Obesità: è meno grave rispetto al cluste/sottogruppo 2. É una forma più lieve che non presenta gravi problemi metabolici ed è ovviamente correlata al peso.
  • Sottogruppo 4 – Lieve Diabete Correlato All’Età: si colloca all’ultimo grado della piramide e caratterizza tutti i malati che al momento della diagnosi erano già in età avanzata. La forma è lieve, ma è anche una delle più diffuse.
Una scena molto familiare per chi è affetto da diabete

Cosa ci dice la ricerca svedese sul diabete?

L’utilizzo di sottogruppi consente di avere una visione più dettagliata e chiara sulla malattia. Per esempio i pazienti raggruppati nel Cluster 3, hanno un alto rischio di malattia renale, una delle tante complicazioni del diabete, mentre quelli del Cluster 2 sono soggetti a rischio per quanto concerne la retinopatia che può causare la perdita della vista.

I Cluster 2 e 3 sono entrambe forme gravi di diabete fino ad ora “mascherate” dal diabete di tipo 2. Suddividendoli in questi gruppi, i pazienti potrebbero beneficiare di un trattamento puntato alla prevenzione di precise complicazioni.

Al momento, la classificazione tradizionale non effettua tutte queste distinzioni e pertanto il trattamento del diabete di tipo 2 è praticamente unico per tutti. I pazienti sono spesso trattati con un farmaco (metformina) e ne vengono successivamente aggiunti altri se questo non dovesse funzionare. Riconoscere i sottotipi potrebbe aiutare i medici a scegliere in modo specifico un primo, secondo o un terzo farmaco per i loro pazienti.

Ma la cosa più importante è che riconoscere i sottotipi è il primo passo verso una cura personalizzata.

Bibliografia

The Lancet Diabetes & Endocrinologyl – March 2018 – Volume 6 – Number 1

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